Pubblicato da De Carli Mirko
Presidente Circolo di Rete Italia “Thomas More” e Vice-Coordinatore FI-Pdl Ravenna
venerdì 11 luglio 2008
“Tagli all'istruzione: spendere meno per spendere meglio” di M. De Carli
mercoledì 2 luglio 2008
“Emergenza educativa: come uscirne? Spendere meglio e investire sugli insegnanti!” di De Carli Mirko
su "Emergenza educativa"
Le reazioni dei sindacati e dei dirigenti del Pd alle “Disposizione in materia di organizzazione scolastica” previste dal Governo Berlusconi sono state univoche: si è trattato del solito ritornello che siamo abituati ad ascoltare quando si parla di tagli alla spesa per la scuola, vale a dire uno stracciarsi le vesti all'unisono, accusando il governo di voler smantellare la scuola di stato. Questo tipo di reazioni sono dettate da un principio che è da tempo luogo comune, ovvero che quanto si spende per la scuola di Stato è insufficiente e che quindi si debba spendere di più: ma la questione centrale non è questa! La problematica seria da affrontare – constatato il fatto che più soldi farebbero bene comunque - è: per cosa si spende e in base a quali criteri! Per questo risulta davvero inedito quanto previsto dall'art. 70 cap.II del DPEF: la novità consiste nell'intreccio tra rigore finanziario e riforma del sistema. I Ministri finanziari precedenti avevano concordato tagli al sistema mantenendolo però invariato. La filosofia del DPEF 2008 è un'altra:fare le riforme per abbassare la spesa e qualificarla. Nell'art.70 si va a riprendere molto di quel lavoro prodotto dal Ministro Moratti e poi sospeso dal Ministro Fioroni: razionalizzazione e accorpamento delle classi di concorso per una maggiore flessibilità nell'impiego dei docenti; razionalizzazione piani di studio e quadri orari con riduzione materie, cattedre e ore; revisione dei criteri vigenti in materia di formazioni di classi; revisione dei criteri e parametri vigenti per la determinazione della consistenza complessiva degli organici del Personale ATA, finalizzata alla razionalizzazione degli stessi. L'impatto sulla scuola sarà violento e cogente, intanto perché ai risparmi nel settore scuola prevista dall'ultima finanziaria (1.432 mln di euro a partire dal 2011) si aggiungono quelli previsti dal DPEF (2.350 mln di euro dal 2011). In una situazione come questa la riflessione si sposta a ragionare sugli investimenti in campo scolastico: spendere meglio è il vero problema (dato che i fondi per la scuola non cadono dal cielo e la situazione finanziaria pubblica è deficitaria) ! Ci vuole il coraggio di investire non più secondo il metodo ugualitario che dà a tutti lo stesso senza alcun criterio di merito, ma nella direzione di una piena valorizzazione di chi svolge il proprio lavoro con efficacia. Tanti progetti inutili, tante funzioni puramente sulla carta, un numero eccessivo di personale ATA, stipendi tutti uguali che penalizzano chi fa e premiano chi non fa: è ora che di questo si cominci a parlare! E' ora di passare dall'investimento sul servizio all'investimento sulla persona. La strada è quella di una razionalizzazione della spesa “alla base” tramite criteri di “efficacia educativa-didattica”. La direttrice aperta dal governo è questa: tagli alla spesa pubblica, in un periodo di ristrettezza economica, a cui corrispondono iniziative a spendere meglio! C'è dunque bisogno di “più qualità”: in questo senso un riscontro positivo lo offre l'autonomia scolastica, ovvero l'effettiva responsabilità delle scuole in ordine alla loro efficacia. Per questo le scuole devono essere in condizione di poter sperimentare forme diverse di organizzazione in un'ottica di maggiore flessibilità: in tal senso una passione educativa può generare qualità nel campo della formazione e dell'istruzione. Un esempio lo offre la grande opera educativa “Cometa” nata a Como nel 1987 con lo scopo dell'accoglienza di minori in affido. Dal 2003, partendo dal bisogno di educazione per i ragazzi, è nata anche “Cometa Formazione” che offre veri e propri percorsi personalizzati dentro un corso di formazione professionale. Da quest’anno l'esame di qualifica al termine del percorso triennale è stato svolto dagli allievi direttamente in azienda. Il significato e il valore di questa esperienza (valutata e certificata) per i ragazzi sono molteplici: di particolare importanza è il “mettersi alla prova” in un ambito reale, sperimentando le loro effettive competenze in un contesto che rappresenta il loro futuro lavorativo. Con questo esempio voglio affermare un concetto: l'emergenza educativa è possibile affrontarla solo partendo da chi la vive, con lo sguardo di chi è affascinato dalla bellezza dell'educare e dell'essere educato. Per questo le critiche mosse dall'opposizione (a livello nazionale) e dall'Amministrazione locale risultano sterili: invece di polemizzare per i tagli previsti (inevitabili visti la grave situazione economica) partiamo col rimboccarci le maniche, muovendo la nostra azione da quelle esperienze che fanno veramente la “differenza” e che possono insegnarci concretamente cosa vuol dire “spendere meglio per spendere meno”, partendo da una vera passione educativa.
Pubblicato da
De Carli Mirko
Presidente Circolo di Rete Italia Thomas More – Vice-Coord. FI-Pdl
martedì 24 giugno 2008
“Le vere liberalizzazioni dei servizi pubblici locali”
Un nuovo e speriamo proficuo percorso per le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali è stato inaugurato dal Governo Berlusconi con il DPEF licenziato il 18 giugno scorso. L'esecutivo è intervenuto sul riordino del quadro normativo dei servizi di interesse generale di rilevanza economica (esclusi quindi mense, asili,ecc..) per favorire la concorrenza e la parità di trattamento tra i diversi operatori. C'è una precisa volontà di aprire il mercato in tempi celeri in quanto il termine ultimo per la cessazione degli affidamenti diretti in essere è fissato nel 31 dicembre 2010. Le novità decisive riguardano l'inversione di ruolo tra gara e affidamento in house: il Governo ha decretato un sì deciso alle gare. Una particolare enfasi sulle opportunità di giustificare tale opzione la troviamo sul fronte del controllo da parte dell'ente locale, elemento chiave di questa modalità di assegnazione affiancato a un esplicito ruolo di controllo ultimo in materia di Antitrust. Con l'affidamento in house (in casa) che diviene sempre più residuale, la gara giocherà un ruolo di primaria importanza. Problema: gestione competenze interne delle P.A locali in materia di bandi e gare di appalto da limitare con il vincolo della finanza pubblica che blocca il ricorso a consulenti esterni. Una “Terza Via” possibile potrebbe riguardare l'affidamento a “società miste” ( partecipazione privato scelto con procedura competitiva con quota non inferiore al 30 %) in casi di necessità di bilancio degli enti locali e con la chiara volontà di acquisire know how industriale specializzato. In ogni caso nel DPEF è previsto un forte potere di controllo della gestione post-affidamento: infatti l'ente locale può risolvere il contratto in caso di violazioni gravi tornando a svolgere il ruolo di controllori e pianificatori. Si riscontra quindi una spinta all'efficienza bilanciata da obiettivi socialmente utili all'ambiente e al territorio, quali ad es. il mantenimento dei livelli occupazionali precedenti l'affidamento. Mi sembra che la strada intrapresa sia quella giusta : ora occorre, per rendere il quadro chiaro in ogni suo fattore, riorganizzare e ricomporre le diverse gare da realizzare all'interno di un quadro generale di politica industriale di lungo periodo del Paese. Ci riteniamo soddisfatti della scelta del Governo perchè la concorrenza è lo strumento privilegiato per “rivitalizzare” un settore pubblico spento, spesso poco produttivo e in molti casi molto costoso. Attraverso la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, affiancata a un giusto potere di controllo e pianificazione stabilito ex-legge per gli enti locali, si apre una nuova stagione dove lo Stato non si occupa più in prima persona di offrire servizi ma cerca, nella “con-correnza” dinamica del mercato, soggetti privati capaci di offrire quei servizi a costi inferiori e in maniera più efficiente, salvaguardando sempre i lavoratori, le finalità di pubblica utilità, le fasce più deboli (tutto questo garantito dal potere degli enti locali di risoluzione contrattuale). La sfida delle liberalizzazioni è partita: il Governo Prodi con il Ministro Bersani ne aveva fatta una bandiera ora vediamo se, coi fatti del governo Berlusconi il Pd, dai ministri ombra agli amministratori locali ravennati, sarà aperto e disponibile a dire sì a proposte tese a migliorare i servizi per i cittadini, diminuire i costi della P.A e portare nella società più sussidiarietà per un nuovo welfare della società.
Pubblicato da Mirko De Carli
(Vice-Coordinatore Forza Italia Ravenna)
martedì 17 giugno 2008
Affidare i controlli alle persone giuste, l'unica via per evitare altre "S.Rita" (Giorgio Israel)
Intervento di Maurizio Lupi, Vice-Presidente Camera,
su "Sanità e modello Lombardia,
oltre all'ideologia sul caso S.Rita"
Di fronte agli orrendi fatti che sarebbero avvenuti nella clinica Santa Rita di Milano (pazienti squartati senza motivo tanto per avere i soldi della Regione) ci si è chiesto: allora il modello della sanità lombarda è fallito? La risposta è certamente negativa. Piuttosto qualcosa non funziona in tutto il sistema sanitario, ed è il controllo, la “valutazione”, e qui siamo di fronte a qualcosa che trascende non solo il sistema lombardo ma anche il caso italiano. Il punto è stato colto da Silvio Garattini quando ha osservato: «Manca qualcosa. Ossia, il modo di controllare l’onestà delle aziende che si occupano di sanità». Eppure i controlli ci sono: «Prima si speculava sui giorni di degenza, ora sui Drg». Il Drg (Diagnosis related group) è un sistema escogitato da un docente americano al fine di contenere la spesa sanitaria. Esso classifica i pazienti ospedalieri sulla base delle diagnosi di dimissione entro un elenco di 492 categorie di malattie cui corrisponde una tipologia di consumo di risorse, di durata della degenza e di profilo clinico. Il Drg di ogni paziente viene calcolato mediante un programma informatico e i finanziamenti del Servizio sanitario nazionale alle aziende ospedaliere vengono erogati mediante tariffe associate ai Drg.
Inutile entrare nei dettagli che sono alla portata di chiunque voglia informarsi. Dice ancora Garattini: «Qualunque soluzione si adotti c’è sempre chi trova il modo di “guadagnare” ai danni dei malati e dei cittadini che sono i veri finanziatori del Servizio sanitario». Come fare?, chiede l’intervistatore. Risposta: «Con un sistema di ispezioni regolari impostate per prevenire. Ispettori esperti, indipendenti da chi decide e da chi paga. Per esempio, noti primari in pensione, ma validi e aggiornati». Alla buon’ora! Noi lo stiamo ripetendo ossessivamente da tempo, per esempio per quel che riguarda la scuola, ma in relazione a ogni situazione in cui si richieda un processo di valutazione. Le decisioni di finanziamento basate su valutazioni puramente quantitative, su griglie di parametri, non funzionano perché possono essere aggirate in mille modi. Si potrebbe anzi lanciare una sfida: si escogiti una qualsiasi griglia di parametri e sarà sempre possibile trovare il modo di manipolarla in modo da ottenere tutto quel che si vuole senza che nessuno sospetti azioni incompetenti o addirittura criminali. L’unico sistema di controllo efficace – che si tratti di ospedali, cliniche, dipartimenti universitari o istituti scolastici – è spedire senza preavviso nuclei di ispezione composti da persone qualificate e scelte in contesti diversi (in modo da garantire l’assoluta indipendenza) che rivoltino da cima a fondo la struttura ed emettano un parere motivato che sia condizione per il finanziamento. È un sistema costoso, non c’è dubbio, ma non sono enormemente maggiori i costi economici e sociali di comportamenti inefficienti o criminali?
L’alternativa è continuare coi pazzeschi carrozzoni di esperti che servono soltanto ad autoalimentarsi, a dare l’illusione del rigore “scientifico” cui seguono puntualmente inefficienze, degrado e delusione da parte degli amministratori che si sono messi in buona fede in queste mani. È chiaro che cambiare registro significa non farsi intimidire da un andazzo generalizzato e che ci viene dai paesi più “efficienti”, in taluni dei quali, però, le griglie di valutazione si accompagnano alle ispezioni. Sarebbe meglio avere più libertà intellettuale e non essere assoggettati a conformismi che gabellano come “scienza” delle procedure che sono fallimentari in quanto pretendono di eliminare l’insostituibile ruolo delle persone e del loro giudizio.
lunedì 9 giugno 2008
mercoledì 14 maggio 2008
Liberi di dire SI' alla vita!!
Comitato Laico Permanente sulla legge 194 : Sì alla vita, noi stiamo col Papa!
Guardando ai passati tre decenni e considerando l’attuale situazione, non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo. Come conseguenza ne è derivato un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa”.
A Benedetto XVI interessa esprimere un giudizio, vuole che gli uomini esercitino fino in fondo l’esercizio della ragione.
Il Papa, del resto, fa il suo mestiere. Bene ha titolato Il Giornale di oggi nell’editoriale firmato dallo scrittore Luca Doninelli: Il Papa che fa il Papa .
Benedetto XVI si trova come su una barca e indica ai suoi amici e al mondo dove sta l’orizzonte e nel far questo non può rinunciare ad esprimere un giudizio chiaro e netto: “L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza, non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze”.
Il Papa, potremmo dire, “vola alto”. Il Cristianesimo è una proposta e un incontro, mentre la società prova a tenerlo imbrigliato all’interno delle categorie del “fa e non si da”. Dove prevale l’idea che il cristianesimo sia confinato ad un elenco di divieti, il Pontefice cerca di aiutare la gente a respirare più profondamente. Siamo, di solito, come quella gente abituata a vivere sempre in città e che quando va in montagna ha l’abitudine di non aprire troppo i polmoni perché ha paura di respirare ancora lo smog.
Benedetto XVI suggerisce e indica, invece, che c’è, appunto, un respiro, una vita, una positività a cui aderire. Anche se non mancano i problemi, di cui bisogna tenere conto.
“Tanto impegno, in verità, in questi anni è stato profuso, e da parte non solo della Chiesa, per venire incontro ai bisogni e alle difficoltà delle famiglie.
mercoledì 7 maggio 2008
Don Camillo e Peppone: due grandi educatori!
Giovannino Guareschi ha esplicitamente definito, all’inizio della sua opera, Don Camillo e Peppone come due persone «unite sulle cose essenziali»: cosa vuol dire?
I personaggi dei libri di Guareschi sono personaggi reali, più dei personaggi dei film (su cui infatti Guareschi aveva espresso delle perplessità). Sono personaggi che partono dal loro desiderio di verità e di giustizia, da una fede vissuta in modo umano, da un ideale comunista, che cerca di rispondere al bisogno di giustizia. Gente così non può che incontrarsi. Guareschi fa, con i suoi libri, quell’Italia che, pur avendo al suo interno idee assai diverse, ha costruito in un’unità profonda il benessere del nostro Paese. È la gente del nostro popolo, che è rimasto unito molto più di quanto le divisioni ideologiche lo abbiano spaccato, e questo è il motivo per cui questa gente si incontrava.
Lei parla di un popolo rimasto unito: questo significa che la questione non è rievocare nostalgicamente un mondo, il “mondo piccolo”, che ora non c’è più…
Il popolo è unito da un avvenimento che genera un’unità, e il popolo di Guareschi è unito dall’avvenimento della vita di un paese vissuta a partire dal desiderio di verità. La gente di Guareschi era gente per cui la fede era risposta al desiderio di verità, e per cui il comunismo era una riposta al desiderio di giustizia. Questa non è una cosa del passato: ogni posizione umana porta con sé una risposta a un bisogno.
Qual è dunque il punto di attualità di Guareschi?
Il punto di attualità è quel profondo desiderio di verità senza il quale la fede è morta, e senza il quale l’ideale diventa ideologia; è quel bisogno di popolo senza cui il nostro Paese non andrà da nessuna parte, qualunque sia il tipo di governo che avrà. Penso soprattutto a quello che disse Giussani dopo Nassiriya: «se ci fosse un’educazione del popolo, tutti starebbero meglio». Nei libri di Guareschi si capisce che quell’educazione c’era veramente, ed era il fattore determinante.
Cosa vuol dire che l’educazione è un fattore fondamentale del mondo narrato da Guareschi?
Vuol dire che don Camillo, al di là delle macchiette dei film, è un personaggio che non smette mai di educarsi e di educare. L’educazione di don Camillo nasce dal continuo rimettersi in discussione dopo ogni errore: non è un personaggio senza errori, è un passionale, che crede profondamente, che ha fede, che ha umanità, che crede nella gente che gli sta intorno, ma capisce di sbagliare. Questo continuo ammettere l’errore e ricominciare è l’educazione a cui si sottopone e a cui sottopone la gente del paese. Peppone stesso è uno che, nonostante si fosse in un periodo di totale ideologia (quella che Guareschi bollava con il suo Candido), lotta contro questa ideologia in nome del desiderio vero di giustizia. Allora capiamo perché, quando c’è lo sciopero per cui non si mungono le vacche, Peppone va a mungere in segreto con don Camillo; quando arriva l’ideologo che crea odio nel paese, gli si schiera contro; quando sostituiscono don Camillo col pretino giovane cattocomunista, lui sta con don Camillo. È un’educazione continua, da parte di don Camillo e Peppone, del popolo che hanno intorno, e intorno a loro crescono tutti gli altri personaggi.
Lei ha opposto don Camillo al pretino cattocomunista; eppure molti dicono che l’amicizia tra don Camillo e Peppone è l’archetipo dell’accordo tra cattolici e comunisti
Racconto un episodio che rende evidente la pochezza di quel cattocomunismo, e di tutti i cattocomunismi. Il pretino che sostituisce don Camillo pontifica dal pulpito contro il vecchietto che lavora, e fa in modo che venga portato all’ospizio: il giorno dopo lo stesso vecchietto viene trovato morto sotto il muro dell’ospizio, perché aveva tentato di scavalcarlo per tornare a vivere e a lavorare, e a fare le cose senza le quali non poteva stare. Questo è il punto: il pretino è l’ideologia di un cristianesimo che non serve neanche a chi lo pratica, perché diventa un giustizialismo come quello che vediamo oggi: non è per il vero popolo. La posizione di don Camillo invece è sfaccettata, è l’incontro con i personaggi, l’ascolto della gente, ed è, in nome della fede che risponde all’umano, la capacità di percepire i bisogni, uno per uno. Nel pretino, invece, c’è la massificazione dei bisogni.
L’episodio appena narrato porta alla mente anche l’importanza del lavoro nei racconti di Guareschi
Non per niente Peppone è innanzitutto un grande meccanico. Neanche Peppone, capo del partito e sindaco, si esime da questo aspetto. Perché il lavoro fa parte del popolo: la gente del popolo lavora, mangia, fa festa, fa famiglia. Sono tutte cose unite. Non stanno unite solo nelle analisi degli intellettuali, degli editorialisti che scrivono sui grandi giornali. Nei discorsi, cioè, di tutti coloro che non hanno mai capito il popolo, e che non per nulla hanno sempre considerato Guareschi uno scrittore minore.
Effettivamente l’opera di Guareschi, più che criticata, è stata snobbata dalla critica, considerata appunto “minore”: perché?
Precisiamo una cosa: è considerata minore dai critici che, tanto per intenderci, hanno osannato i romanzi semipornografici di Alberto Moravia. Sono quelli che danno valore a una cultura non di sinistra, ma radicale, che hanno fatto delle classifiche totalmente ideologiche: hanno ignorato Manzoni, Bacchelli, hanno diminuito l’opera di Rebora, hanno dimenticato Ada Negri. Quelli, insomma, che alla fine hanno preferito che il nobel andasse a Dario Fo anziché a Mario Luzi. È la critica da strapazzo, il “culturame” che ha rovinato l’Italia del dopoguerra e che ha albergato nei giornali che vanno per la maggiore. Questa è la parte peggiore della storia italiana. Guareschi invece è un grande scrittore, è uno dei grandi rappresentanti della narrativa italiana, sul filone soprattutto di Manzoni, con cui condivide la grande capacità di leggere e sfaccettare persona per persona. È la grande tradizione della letteratura cattolica. Ed è per questo che ha avuto un successo popolare e di critica nel mondo.
Una grande tradizione cattolica che nei racconti di Guareschi è resa presente addirittura dalla figura del Cristo che parla. Che significato ha questo elemento?
Il Cristo che parla è il Tu, è la vera fede in cui il Cristo è un Tu. All’inizio del Mondo piccolo, per liberarsi dai falsi ortodossi, Guareschi dice: se ve la prendete con il fatto che faccio parlare il Cristo, sappiate che il Cristo di cui parlo è il Cristo della mia coscienza. Cosa vuol dire? Che è il Tu che c’è nella realtà e che c’è dentro di te. Questo Cristo è il Cristo oggettivo che ti parla dentro, è il Tu con la “t” maiuscola, con cui ognuno ha a che fare.
Infine, un altro elemento essenziale nei racconti di Guareschi è la sua terra, la Bassa, senza la quale i suoi personaggi quasi non potrebbero esistere…
Don Camillo non poteva essere scritto né in Brianza, né nel varesotto, né in Sicilia, né nella Ciociaria, né in nessun altro posto. È frutto di quel mondo della Bassa di cui parla all’inizio del Mondo piccolo, quel mondo di nebbia in cui può apparire un giorno a parlarti il fantasma di un amico morto, in cui la terra è animata, in cui in qualche modo il paesaggio, l’ambiente, la natura, gli animali sono tutt’uno con l’uomo. Un mondo sommesso: questa terra intorno al fiume, così poco retorica, così poco boriosa e presuntuosa, la cui bellezza è quella di una donna che non si mostra, ma così profondamente umana. È una terra modellata nei secoli dall’uomo, una natura che è totalmente a sua immagine e nello steso tempo è rimasta caratterizzata da quel non so che di selvaggio, che non è primitivo, ma è più precisamente il non addomesticato. Per cui i personaggi sono i personaggi della Bassa, sono i personaggi alla Gianni Brera di qualche anno dopo, i personaggi del Mulino del Po, i personaggi come Madre Cabrini, don Giussani, san Riccardo Pampuri. Questi santi sommessi, che però nel lungo andare sono come il vino di queste terre, che con il retrogusto viene fuori, senza essersi all’inizio imposto in modo violento.
Intervista rilasciata dall'amico Giorgio Vittadini